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Di giudizi ed esperienze.


Talvolta mi capita (mea culpa) di produrre un giudizio, un po’ a freddo, in po’ troppo affrettato,
un’impressione veloce (spesso veritiera) e pensare di detenere la verità assoluta, ma negli anni mi sono accorta che magari quasi tutti i comportamenti possono avere una sorta di spiegazione o visione che si può comprendere, se non condividere, se non in qualche modo giustificare come possibile.
Sono le esperienze ed i percorsi che ci portano ad un certo punto, ad agire in un certo modo, ad operare certe scelte…. E ci sono sempre una causa ed un effetto, anche se magari discutibili.

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22 thoughts on “Di giudizi ed esperienze.

  1. Concordo con te amica mia … anche se non è da tutti saper avere la tolleranza, il coraggio e l’elasticità per capire, per provare a comprendere i comportamenti altrui o addirittura giustificarli. Abbiamo tutti sempre una scelta davanti a noi, ma come dici tu, il passato spesso sceglie la risposta da dare.

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  2. ciò che conta è la contestualizzazione, anche il più gran pezzo di merda esistente sulla Terra agisce stimolato da spinte motivazionali “comprensibili”. Concetti come “tolleranza”, “comprensione” e “apertura mentale” sono aleatori e relativi, in ogni caso il porli in essere crea immobilismo condizionante.
    Se una persona mi sta antipatica a pelle non la “tessero” nel mio club, il fatto che conoscendola meglio o capirla possa lenire il sentire iniziale ha una valenza irrilevante, se voglio mangiare una primizia vado al banco delle primizie, non mi metto a rabastare tra gli scarti nella convinzione/speranza/certezza di trovare quello che cerco. Purtroppo viviamo immersi nelle logiche becere del pensiero “politically correct”, un virus che rende tutti psicologi, sociologi e analisi in saldo dotati di larghe vedute, pia illusione, pure deleteria perché induce ad abbassare le difese. Ma poi… dopo aver scoperto che un antipatico sa anche essere simpatico… che succede???

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    • Credo che non condannare gli altri a priori e cercare di capire le loro scelte, non sia solo dal limitare allo psicanalizzare l’altro o a offrirgli opere di generosità, ma è utile soprattutto per noi stessi: può allargarci le vedute, può insegnarci qualcosa, cosa che chiudere le porte in faccia a priori, non insegna niente di nuovo. Ciò non toglie che poi quella persona possa non piacerci comunque e decidiamo di tenerla a distanza.

      Personalmente sono molto selettiva, ma ho capito che agendo in questo si ha molto da guadagnare. Non è buonismo.

      Cosa intendi con “immobilismo condizionante”?

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  3. esimia Violet,
    questo scambio di opinioni è piacevole e sicuramente costruttivo ma lo sarebbe di più se ci staccassimo dalle chiome del vago e dell’aulico. Frasi come: “da ogni essere umano possiamo ricevere qualcosa di buono”, “anche i più cattivi hanno la loro sensibilità” e amenità simili… appartengono alla psicologia che si legge sui giornali per pettinatrici e dentisti, buonismo di facciata, ipocrisia imbiancata. Non vi è dubbio che in ogni essere umano alberghino aspetti potenzialmente interessanti, il fatto è che noi tendiamo a frequentare persone con le quali stabiliamo delle sinapsi, tu potresti essere anche la migliore del mondo ma se non si attivano tali sinapsi non c’è rapporto. L’immobilismo condizionante è uno stallo dovuto alle forzature interpretative, se perdi tempo ed energie nel tentare di cavar sangue da una rapa, dirotti le sinapsi verso fonti improduttive.
    Esiste anche un altro aspetto interessante, anzi, una domanda di fondo, perché mai dovresti “arricchirti” per vie contorte e non dirette??? Comunque anche se prodotto da homeless intellettuali, da un punto di vista filosofico ogni arricchimento è espressione di egoismo.

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    • Oh, no, non girarmi il concetto dell’arricchimento personale in egoismo….. Lo sarebbe se ci sforzassimo per lungo tempo a frequentare persone che istintivamente non ci interessano e, allora sì, si tratterebbe di perdita di tempo da parte nostra ed egoismo nello sfruttare l’altro al fine di arricchimento di conoscenze personali.
      Non sono vie contorte…. Non ti è mai successo di parlare di qualcuno con amici o di osservare un comportamento e chiederti perché quella persona possa aver fatto quella cosa e perché si mostra in un certo modo?
      Non credo di parlare in modo aulico… È effettivamente vago perché non parliamo di persone comuni e non ci conosciamo.. Quindi discutiamo di modo di vedere e di relazionarci con gli altri.

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  4. se mi accusi di girare le cose a mio favore ti saluto e me ne vado, viceversa… se mi usi la cortesia di spiegarmi il tuo pensiero in modo più terreno, solido, applicato… magari potrei scoprire di pensarla come te, fino adesso ho letto solo frasi fatte e luoghi comuni. Perdonami ma io sono uno che su certi argomenti la sa un tantino lunga.

    buona serata

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    • Non c’è da offendersi, ho solo espresso il mio pensiero, di certo non ti ho accusato di niente.
      Mi è parso eccessivo parlare di egoismo, tranne per l’esempio che ho citato io stessa.

      In ciò che scrivo qui non ci sono né frasi fatte né luoghi comuni, questo è un tuo pensiero.

      Su cosa la sai lunga?

      Prova a farmi una domanda più diretta….

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  5. Non mi offendo mai e non ho nemmeno l’abitudine di dare risposte emotive, non c’è niente di polemico nei miei commenti, cerco semplicemente di esporre il mio pensiero in modo diretto e chiaro.

    Il bisogno di relazionarsi è soggettivo, così come la scelta degli interlocutori, il bisogno nasce da pulsioni diverse e mira ad obiettivi diversi, escludendo scopi sentimentali, ipotetiche durature e fraterne amicizie, rimane l’agorà del confronto disinteressato. Il confronto dovrebbe essere un do ut des, un compromesso equilibrato, dico dovrebbe perché nella maggior parte dei casi si dialoga attraverso un muro che tiene ben distinte le posizioni (i concetti). In tale circostanza l’abbattimento della barriera può avvenire solo nel caso esistano validi motivi ma anche questi, ovviamente, sono soggettivi. Per poter dunque arrivare a capire e cogliere doti insperate o occultate è necessario “rischiare” l’operazione, l’abbattimento. Tutto questo ragionamento lo fa il subconscio il quale, dopo aver deciso, ci lancia gli input attraverso reazioni emotive che a loro volta ci guidano sul da farsi. Tradotto in termini da bar sport, quando conosciamo una persona i nostri sensori ci comunicano se coltivare la conoscenza o meno, imporsi un atteggiamento contrario (mi sta antipatico ma può darsi che dietro questa maschera si nasconda una persona valida) significa rischiare, il rischio non è tecnicamente definibile razionale. Morale, nessuno ha il diritto di giudicare chi rischia, così come chi rischia non ha quello di definirsi intellettualmente evoluto.

    Le linee guida del pensiero “politically correct” spronano e dirottano verso atteggiamenti anomali facendo leva su un assunto teorico che si potrebbe sintetizzare con un banalissimo: “ognuno ha il suo perché”, aulicamente parlando è vero ma all’atto pratico trattasi di reazione egoista. Mi spiego meglio, interloquire con un individuo asociale e/o immerso in problematiche di varia natura per cogliere e far emergere doti nascoste, in apparenza è un gesto nobile ma nella realtà applicata è una sfida, azzarderei una strumentalizzazione se non addirittura una capitalizzazione psicologica della situazione, qui nasce l’arricchimento, sì ma della vanità. Anche questo è un meccanismo inconscio. Tanto per rafforzare il concetto, la sindrome della crocerossina è espressione di egoismo, ogni volta che noi tentiamo di cavar sangue da una rapa esprimiamo un egoismo mascherato da altruismo. Il pensiero “politically correct” va ben oltre fino ad abbarbicarsi sulle montagne russe giustificative e deresponsabilizzanti, qualsiasi cazzata combini la colpa non è mai tua bensì della società, se tu dovessi passare una giornata in carcere con il più incallito dei bastardi, fidati che la sera andresti a dormire con convinzioni non allineate. Questo ci insegna quanto sia complesso e quasi impossibile arrivare all’osso, quello vero, e quanto sia difficoltoso cogliere la reale essenza di un individuo, Thomas Harris ha reso simpatico Hannibal Lecter, è una estremizzazione ma non poi così lontana dalla realtà.

    Perdonami il tomo, spero di essere riuscito a spiegarmi un po’ meglio, quella di avventurarsi in conoscenze “alternative” è una scelta rispettabile ma insidiosa, in genere sarebbe più saggio seguire i messaggi proveniente dalla nostra centralina emotiva.

    Buona notte

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    • Buongiorno, perdono il tomo e gradisco la spiegazione… 😊
      In questo senso capisco cosa intendi per egoismo…. E, no, non sono abituata a frequentare (inteso su lunghi periodi) persone giusto per cercare di capirne la natura, non intavolo studi sociali gratuiti 😉, una persona deve attirarmi per qualche motivo o devo sentirmela affine (sicuramente è tutto un meccanismo inconscio) per volerci instaurare un rapporto.
      L’esempio del carcerato rende perfettamente l’idea, di quanto ci si possa avvicinare empaticamente a qualcuno e “mescolare” i pensieri…

      Il punto cardine della mia riflessione verteva sul fatto di aver giudicato male o al limite di non condividere assolutamente un comportamento (campo relazioni sentimentali) di persone che frequentano gli stessi miei ambienti, chiedendomi come fosse possibile, quando poi per vari motivi e meccanismi, a un certo punto della vita, ci si ritrova dall’altra parte…. Ecco, a questo punto, ci si sente più vicini a comprendere gli altri su dei piano precisi, a guardare magari con dolcezza persone che prima si guardavano con un po’ di perplessità, non comprendendole.
      Con questo, è comunque improbabile che ne possano nascere delle amicizie, se non c’è mai stato un rapporto di questo genere, ma arrivare a questo tipo di considerazione (che può avvenire su qualsiasi aspetto della vita), fa capire di quanto spesso giudichiamo, facendoci un’idea degli altri, sentendoci in certi aspetti migliori e invece poi non siamo così distanti.

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