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“Breve ritratto di J. Hillman” di Silvia Ronchey.


Leggo i libri di Hillman da un quarto di secolo. Il “Saggio su Pan”, uscito in Italia nel 1977, è stata una delle rivelazioni della terza liceo, e da allora non ho mai smesso di divorare le sue opere. Non solo per me, credo, è stato il filosofo “di formazione” e il padre spirituale. Ho sempre ritenuto che Hillman fosse, per il nostro tempo, quello che Nietzsche era stato per la fine dell’Ottocento e per l’inizio del secolo successivo. Ma quando ho incontrato Hillman di persona ho capito che era molto più antico.

Ci eravamo dati appuntamento a Londra, cinque anni fa, all’Istituto Italiano di Cultura, per un’intervista televisiva (della serie che curavo con Scaraffia). Hillman era arrivato sotto la pioggia estiva tutto vestito di lino bianco, cravatta azzurra, occhi magnetici. La scaletta dell’intervista era subito saltata per quell’eironeia socratica, quella capacità di rovesciare ed elettrizzare ogni discorso, che è propria di chi, come Socrate, ha inventato un nuovo pensiero e un nuovo modo di far pensare gli altri, scardinando e sovvertendo completamente le loro abitudini logiche e psicologiche. Mi era venuta subito in mente quella frase riportata da Platone in un dialogo: “Socrate, sei come una torpedine marina. Se ti accostiamo sentiamo la scossa”. Hillman non è Socrate, però ha qualche punto in comune con il filosofo ateniese. E’ un pensatore di professione. Ci insegna a conoscere noi stessi. Si mette sempre in contrasto con l’opinione corrente. E ha una grande esperienza nel dialogo.

Qualche anno fa Hillman fu invitato a cena a Firenze da una bravissima cuoca, che per fargli onore, e sapendolo buongustaio, gli preparò il più inedito, complicato e raffinato dei suoi soufflé. Hillman non solo fece onore, ma con calma e senza interrompersi, nello sbalordimento generale, elencò uno per uno tutti i suoi ingredienti, erbe rare, spezie e altri segreti, senza sbagliarne o trascurarne neanche uno. Hillman è un analista istintivo, chiaroveggente e inguaribile, che analizza tutti e tutto. Ogni manifestazione psichica, ogni creazione, atto o evento individuale o collettivo si presenta al suo acume analitico come una chiara compresenza di elementi. Ogni aspetto dell’anima umana, o di quella sua epifania esterna che chiama Anima del Mondo, è per Hillman come il soufflé di Firenze: non uno gli sfugge dei suoi ingredienti, non ne sbaglia o trascura neanche uno.

Hillman ha una formazione cosmopolita, ha studiato alla Sorbona e al Trinity College di Dublino, è stato allievo di Jung, direttore dello Jung Institut a Zurigo, professore nelle maggiori università americane. Ha esercitato la psicanalisi per molti anni, in particolare a Dallas, e una volta ha detto: “Dallas somiglia alla Vienna di cent’anni fa, dove la nevrosi, l’isteria, l’immaginazione sessuale e la repressione familiare erano comparse per la prima volta”. Hillman ha applicato e adattato all’America – quest’America che lui stesso ha definito immatura, ingenua e infantile, l’America di cui discutiamo adesso, che per la prima volta nella sua storia si è vista vulnerabile, attaccata e ferita – i metodi e le teorie che Freud e Jung avevano creato per la Mitteleuropa e l’Europa di un secolo fa. Ha inventato una nuova disciplina, la psicologia cognitiva, i cui metodi di analisi sono basati sul mito e sulle figure archetipiche degli antichi dèi della Grecia.

Una volta ho chiesto a Hillman di illustrare un caso clinico di guarigione attraverso il mito. Prenda un padre e un figlio, mi ha risposto. Al padre piacerebbe aiutare il figlio, ma ogni volta che il figlio fa un passo nel mondo il padre ci trova qualcosa di sbagliato. E’ più forte di lui. Ora, se si è al corrente del mito di Crono e si sa che il padre divorerà comunque e sempre suo figlio, il padre è in grado di pensare: io non posso non divorare mio figlio, posso però non farlo letteralmente. Dirò a mio figlio: “Sai, mi comporterò sempre così con te, proprio come tu vorrai sempre uccidermi, come Zeus ha ucciso Crono. Tu cercherai di uccidermi e io cercherò di divorarti e questo è un dato di fatto nelle nostre vite. Ora, vediamo che cosa possiamo farci”. Così, anziché combattersi l’un l’altro, i due sono legati reciprocamente dal mito e solidali nel mito. Non so quanti si siano accorti che Robert Altman, altro grande indagatore delle debolezze dell’America, nel suo ultimo film, Il dottor T e le donne – pure ambientato, e non a caso, a Dallas – ha inserito un omaggio balzano e irriverente a Hillman e alla sua “terapia con gli dèi”.

Una delle cose straordinarie della vita di Hillman secondo me è sua moglie. Margot è una pittrice giovane, bionda e bellissima. Dipinge i sogni che suo marito analizza. Entrambi sono cacciatori di sogni, dream catchers, come certi indiani d’America. Il libro che hanno pubblicato insieme, Dream Animals, ha l’armonia di una sonata a quattro mani. Margot insegna in una scuola d’arte che si trova proprio nel quartiere delle Twin Towers a New York. Per un caso fortunato non si trovava anche lei lì, la mattina dell’attentato. La sua scuola non è scampata alla rovina generale e ora è chiusa. La ferita che lo scorso undici settembre si è aperta nella psiche americana non ha risparmiato, quindi, neanche il più intimo nucleo della vita di Hillman. Ma lui, l’analista instancabile, ha applicato immediatamente agli eventi la sua capacità di percezione e di analisi. Le componenti essenziali del trauma, gli ingredienti della mentalità americana, di quella islamica, della nuova realtà psicologica che il brutale incontro delle due ha creato, gli sono apparse chiare subito. Così come le prospettive e i pericoli che ne potranno nascere. Entrambi attoniti, ci siamo messi immediatamente in contatto, un dialogo a distanza di telefonate, fax, e-mail. Nel giro di pochissimo tempo – “Il piacere di pensare” era già in ultime bozze – il pensiero si è tramutato in scrittura ed è diventato un capitolo del nostro libro. A conferma del suo assunto primario: che la psicologia è spinta dalla vita stessa al di là della riflessione soggettiva e sbalzata nell’Anima del Mondo.

Il sito di Silvia Ronchey

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